Pedro Almodóvar

Nel 1999 dirige il suo capolavoro, il pluripremiato Tutto su mia madre. La sua storia più triste: quella di una donna che perde il figlio in un
incidente e si ritrova ad elaborare il lutto e allo stesso tempo a fare i conti con il suo passato (a lungo tenuto nascosto al figlio). Mai visto un intero cast in stato di grazia: Pénelope Cruz, Cecilia Roth, Marisa Paredes, Candela Peña, Antonia San Juan (da mito del cinema il suo personaggio di Agrado) e Rosa Maria Sarda. Mai visto un film più perfetto, il grottesco lascia spazio all’eleganza e alla raffinatezza, il cinema di Almòdovar dopo aver narrato la gioia della vita, si fa il suo opposto: il dolore. Ma è un dolore controllato, non esagerato, espressivo, reale, mai troppo amplificato. Le sue inquadrature si arricchiscono di dettagli, di nuove prospettive, il “consumismo eccentrico” è sostituito dalla critica contro la televisione. Rimangono i colori vivissimi, lo stile significativo e le bellissime inquadrature agli attori. Tutti aspetti che ritroveremo nelle pellicole successive.
La pellicola entra di diritto nella storia del cinema, Almodòvar vince il César, il David di Donatello, il Golden Globe e l’Oscar come miglior film straniero. Pedro diventa un mito, dedica il film alla madre scomparsa (che fece anche alcune comparsate nelle pellicole del figlio) e continua a dare sfogo alla sua creatività.

 
 

Nel 2001 esce nelle sale Parla con lei che vince l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, una storia d’amore e morte, d’amicizia e solitudine. E’ un melodramma asciutto e vibrante, che completa la parabola di Pedro Almodóvar dalla sfrenata commedia kitsch degli esordi al tocco raffinato e dolente della maturità. Un percorso che si era già compiuto nel precedente film “Tutto su mia madre”, dove il regista spagnolo aveva commosso il pubblico fino al pianto, perché, come lui stesso sosteneva negli anni Ottanta: “Sia il cinema che le lacrime hanno lo stesso sesso. Tutto il resto è ginecologia“. “Parla con lei” è un film che rigurgita amore: un amore carnale, feticista, pieno, incontrollabile. Anche di fronte alla morte. Ed è proprio questo connubio tra eros e thanatos a pervadere il film. E alla fine, come sempre, a prevalere è quella “legge del desiderio” che Almodovar aveva già evocato nel titolo di uno dei suoi più celebri film.
Almodovar racconta l’amore disperato dell’infermiere Benigno per la ballerina Alicia, rimasta in coma dopo un incidente stradale. Un rapporto impossibile, proprio come quello del giornalista Marco con la torera Lydia, che si è suicidata nell’arena per amore di un altro. Il Caso vuole che i due uomini si incontrino proprio in ospedale e che tra loro nasca un’amicizia tra le più commoventi mai viste sul grande schermo. Un’amicizia che sorge dalla solidarietà degli innamorati non corrisposti, ma soprattutto dai recessi più inquieti della solitudine. Almodovar rovescia lo spartito dei suoi film: non sono più le donne a immolare se stesse per preservare la felicità dell’amato. Stavolta, i protagonisti sono gli uomini, mai così sensibili, umani, commossi. Dopo una prima fase un po’ “lenta” il film prende quota in un crescendo di emozioni: angoscia, nostalgia, passione si intrecciano in una multiforme gamma di linguaggi, dove c’è posto anche per il teatro-danza (le coreografie allegoriche di Pina Bausch), per il divertissement cinefilo (una miniatura in bianco e nero di un film horror nello stile Universal degli anni Trenta) e per la canzone (una struggente esecuzione di Caetano Veloso). Almodovar scava con tremore nell’arte del melodramma, dove l’amore più è contrastato più si fa contagioso e straripante. I personaggi danzano le proprie storie proprio come nei balletti della Bausch, mantenendosi sempre sull’orlo dell’abisso, talvolta precipitandovi. A muoverli è un destino oscuro, crudele e malinconico. E per un melodramma classico non può non essere il teatro il luogo in cui l’azione cinematografica ha inizio e termine. Giù il sipario: il miracolo di Almodovar si è ripetuto ancora.

 
 

Nel 2004 è la volta di La Mala Educacion, uno dei pochi film interpretato da soli maschi, in cui il nero del peccato e il rosso della carnalita’ si fondono nei poster stracciati che compongono i bellissimi titoli di testa, mentre la parola “passione” suggella la fine della torbida vicenda imbastita da Pedro Almodovar. In mezzo tutte le sue ossessioni: il film nel film, il marcato anticlericalismo, le icone gay del cinema (questa volta Sara Montiel nel drammone “Esa Mujer”), i colori vivaci spalmati con estro e brio, gli amori impossibili, il gusto per la provocazione, i dettagli sessuali piccanti, i tradimenti, le lacrime, i tacchi a spillo, i seni posticci, i vestiti pacchiani e le parrucche cotonate. Insomma, tutto l’universo bizzarro a cui il regista spagnolo ci ha da sempre abituati.

 
 

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